Decemberwolf

sabato, ottobre 25, 2003



CONSIDERAZIONI SULLA

“DIALETTICA” NEL PENSIERO

FILOSOFICO DI MAO ZEDONG




“UN ANTICO STRATEGA DICEVA
NON OSO COMPORTARMI DA OSPITE
PREFERISCO COMPORTARMI DA INVITATO
NON OSO AVANZARE D’UN POLLICE
PREFERISCO RETROCEDERE D’UN PIEDE
QUESTO VUOL DIRE
PROCEDERE SENZA PROCEDERE
RIMBOCCARSI LE MANICHE
SENZA VENIRE ALLE MANI
DUELLAR SENZ’ARMI
COMBATTERE SENZ’AVVERSARI
NULLA E’ PEGGIO
CHE SOTTOVALUTARE L’AVVERSARIO
CHI SOTTOVALUTA L’AVVERSARIO
METTE A RISCHIO IL PROPRIO TESORO
QUANDO SI VIENE ALLO SCONTRO
ANCHE CHI VINCE PIANGE”.
TAO-TE-CHING [DAODEJING], LXIX



“SECONDO LA VIA DA’ I CONSIGLI
AL PRINCIPE E LE ARMI NON
OFFENDERANNO TUTTO SOTTO IL CIELO
COSI’ AGIRE SI RITORCE
CONTRO CHI L’ATTUA
DOVE GLI ESERCITI S’ACCAMPANO
CRESCON SOLO STERPAGLIA E SPINE
A GRANDI GUERRE SEGUONO
ANNI DI CARESTIE
CHI BEN LE ADOPRA
RICORRE ALLE ARMI SOLO PER LA DIFESA
NON PER ACQUISIRE POTENZA
VINCE MA NON SE NE VANTA
VINCE MA NON SE NE GLORIA
VINCE MA NON E’ ALTERO
VINCE MA NON E’ VIOLENTO
L’APICE DELLA POTENZA
E’ GIA’ DECADENZA
TUTTO QUESTO FA DEVIARE DALLA VIA
DEVIARE DALLA VIA FA PRESTO PERIRE”.
TAO-TE-CHING [DAODEJING], XXX




Precisando chiaramente che il pensiero di Mao Zedong è soprattutto politico, tuttavia la sua opera Sulla Contraddizione (1937, pubblicato nel 1952, ed. uff. Xuanji [Hsüan-chi] Jen-min Ch’u-pan-she [Renmin Chubanshe] Pechino 1951-1960, vol. II [SI PUO' TROVARE L'OPERA *IN LINGUA ITALIANA*, in formato pdf: nel link dato qui accanto sulla sinistra; si trova anche l’edizione in lingua inglese]. Si precisa che chi scrive non è marxista, ma semplicemente uno studioso di un aspetto particolare del pensiero di Mao Zedong]) contiene un concetto interessante.


Il pensiero di Mao Zedong si muove nell’àmbito del “materialismo”, ma quello detto “dialettico”. La particolarità del pensiero di Mao Zedong, in àmbito marxista, è l’importanza centrale che dà alla contraddizione: “Il problema del carattere universale o assoluto della contraddizione ha un duplice significato. Primo, la contraddizione è insita nel processo di sviluppo di tutte le cose; secondo, nel processo di sviluppo d’ogni cosa il movimento delle contraddizioni è presente dall’inizio alla fine” (Sulla Contraddizione). Per lui: “Ogni forma di società, ogni tipo di pensiero ha la sua particolare contraddizione e la sua particolare qualità” (ibid.). Qual è la particolare contraddizione del pensiero di Mao Zedong? La “dialettica” di Mao Zedong non è marxista, ma è quella classica yin-yang alla base di tutto il pensiero cinese; la contraddizione nasce dal fatto che Mao Zedong vuole unire, nel suo tentativo di sinizzare il marxismo occidentale, questa dialettica con la teoria marxista, con risultati “ibridi” e “sincretici”, piuttosto che davvero capaci di operare un’effettiva sintesi, ma tant’è. Difatti, Mao afferma che: “Ogni processo ha un inizio e una fine, ogni processo si trasforma nel proprio opposto. La stabilità d’ogni processo è relativa, ma la mutevolezza manifestata nel processo di trasformazione in un altro, è assoluta” (ibid.); e ciò è conforme alla teoria yin-yang. In conseguenza di tale teoria: “la lotta tra le contraddizioni è continua e sussiste sia quando gli opposti coesistono, sia quando si stanno trasformando l’uno nell’altro” (ibid.). Ma se la lotta è continua, non può esistere una contraddizione “assoluta” fra capitalismo e socialismo, una contraddizione fissa.


Il lettore può legittimamente chiedersi qual è la contraddizione interna al pensiero in se stesso. E’ la contraddizione fra l’impianto di fondo del pensiero diviso (cioè rapportato) per le circostanze concrete con le quali tale pensiero interagisce. E’ la contraddizione tra i Princìpi e le applicazioni, produttiva e molto feconda però se e solo se non si confondono i due piani.


Ma c’è un altro punto da notare: pur con tutti i suoi limiti, Mao ha formulato con termini moderni la teoria yin-yang. Senz’altro questa formulazione in termini moderni può essere un fatto utile per chi non ha familiarità con la più antica, ricca e complessa formulazione.


Tornando a M. Zedong, egli, sempre ispirandosi alla Scuola (di pensiero) dello yin e dello yang, afferma che ci sono “due condizioni: la prima è che nello sviluppo di un fenomeno ognuno dei due aspetti della contraddizione trova il presupposto della sua esistenza nell’altro ed entrambi coesistono in un’unica entità. La seconda è che in determinate condizioni ognuno dei due aspetti della contraddizione tende a trasformarsi nell’altro” (M. Zedong, cit.). Nessuna contraddizione, dunque, può esser isolata o stabile. Va poi aggiunto che è vero che, in determinate condizioni, ambedue gli aspetti della contraddizione tendono a trasformarsi nell’altro, ma i due aspetti non sono uguali, ed uno attrae l’altro. Così, M. Zedong credeva che il capitalismo fosse attratto dal socialismo, mentre proprio l’inverso era vero: anche in ciò Mao ha completamente sbagliato.


Ma ecco arrivare a quel che c’interessa nello studio di Mao e nel suo modo di vedere la contraddizione. Dice Mao: “In ogni caso è assolutamente certo che in ciascuna delle diverse fasi di sviluppo del processo esiste solo una contraddizione principale che svolge la funzione dominante” (ibid.). Che vuol dire “svolge la funzione dominante”? Vuol sostenere che: “Nel processo di sviluppo d’un fenomeno complesso vi sono molte contraddizioni; tra queste una è necessariamente la principale nel senso che la sua esistenza e il suo sviluppo determinano od influenzano l’esistenza e lo sviluppo delle altre contraddizioni” (ibid., sottol. mie). Questo ci porta a dedurre che: “la qualità d’un fenomeno è determinata in sostanza dall’aspetto predominante delle contraddizione che ha occupato il posto di maggior rilievo” (ibid.).


Di conseguenza: “E’ quindi necessario nello studio d’ogni processo (…) fare ogni sforzo per trovare la contraddizione principale. Una volta trovata questa contraddizione principale, è facile risolvere (…) i problemi” (ibid., sottol. mie). Ed è qui che Mao è caduto, ed ha sbagliato in tronco. Egli credeva che la contraddizione principale fosse tra socialismo e capitalismo, ma non è mai stato così: questa contraddizione fra capitalismo e socialismo è sempre stata secondaria, quella principale essendo quella fra le nazioni più ricche, poche, che fan parte di ciò che giustamente E. Luttwak ha chiamato geoeconomia, e la massa delle nazioni escluse dalla geoeconomia. Ho chiamato tale contraddizione: lotta geopolitica fra gli esclusi e gli inclusi nella geoeconomia.


La cecità di Mao è stata grande, ed è stata tanto più grande perché Mao scriveva: “Gli aspetti della contraddizione, quello principale e quello secondario, si trasformano l’uno nell’altro e il carattere della cosa cambia di conseguenza. Se in un determinato processo o in una determinata fase di sviluppo della contraddizione l’aspetto principale è A e quello secondario B, in un’altra fase o in un altro processo di sviluppo la posizione rispettiva di questi processi si capovolge” (ibid., sottol. mia).


Compreso ciò, dobbiamo individuare qual è l’aspetto principale e quello secondario del processo di contraddizione in atto in oggi. L’aspetto principale è la contesa mondiale che ho prima detto, contesa che trova il suo punto d’emersione critica nell’ascesa dell’Asia, guidata dal Giappone non politicamente e militarmente come negli anni ‘20-’40, ma come testa di ponte economica e battistrada. E’ l’ascesa dell’Asia verso l’entrata nella geoeconomia, che è la categoria creata da Luttwak per denotare l’epoca d’oggi, dove pochissime nazioni – soprattutto gli USA – si spartiscono la Terra da un punto di vista economico, come vi fu l’epoca della geopolitica, l’epoca dell’espansione europea sul globo nel XIX secolo; ed è quest’ascesa il punto che gli attuali dirigenti non capiscono per nulla, essendosi formati nell’epoca della cosiddetta “guerra fredda”, dominata dalla dottrina statunitense del contenimento dell’URSS. Ora, la contraddizione USA/URSS era secondaria, e mascherava la contraddizione principale, o, per meglio dire, l’aspetto che oggi può emergere chiaramente.

Per la loro ignoranza di questo quadro, i nostri sedicenti “dirigenti” non comprendono come la contesa asiatica è oggi quella decisiva per la contesa mondiale tutta. Si sono solo riempiti lo stomaco come porci nell’epoca dominata dalla teoria del contenimento dell’URSS, ed ora siamo sull’orlo del precipizio.

Ora fanno molte chiacchiere rumorose, ma che non portano proprio a nulla.


Né in Europa si ha una vera comprensione di come la battaglia in Asia sia decisiva: vogliono solo costruirsi il loro lindo ed ordinato giardino nel quale rinchiudersi escludendo l’Asia. Solo negli USA c’è questa consapevolezza. Ma l’egemonia USA non ci dà nessuna sicurezza, perché gli USA son tanto ricchi d’energia quanto poveri di cultura. Come scriveva Calasso: “Un giorno gli Stati Uniti si trovarono ad essere un impero. Ma non sapevano cos’è un impero. Credettero che fosse la più grande fra le corporations” (R. Calasso: La Rovina di Kasch, Adelphi 1983, p.393).


S. Hungtinton, nel suo “Clash of civilisations” (non il libro, l’articolo, apparso su “Foreign Affairs” 1993) formula la dottrina dello “scontro fra culture” che, secondo l’“Economist”, che pure parzialmente dissente dalle posizioni di Huntington, è divenuta la nuova dottrina di riferimento della politica estera USA. Secondo Huntington, le popolazioni dell’Occidente devono rimanere unite, pena l’esser “impiccate separatamente” (S. Huntington: “Clash of civilisations”, Foreign Affairs 1993); in tale articolo, Huntington prospetta un quadro “nostradamico”: la Cina invade la sua “bestia nera”, cioè il Vietnam, mentre il Giappone rompe con Washington venendo ad una politica d’appeasement con Pechino, utile per gli scopi sia economici sia per il destino del Giappone, ché il paese dello Yamato, dall’epoca Meiji, si è sempre voluto il punto di riferimento dell’Asia Orientale.

Ed ha tentato d’esserlo prima con le armi, poi con la penetrazione indiretta (in certa misura riuscendoci). Tale serie d’eventi è il preludio dell’alleanza tra l’Est-Asia e quella islamica; e tale pericolo è reale: su questo son d’accordo con Huntington.


Ma ecco il secondo aspetto della contraddizione: quello culturale: sul quale giustamente l’“Economist” non è d’accordo, ma per motivi molto differenti da quelli qui sostenuti. Ciò sul quale Huntington sbaglia profondamente è questo: egli oppone la cultura, in realtà decadentissima e suppurante, dell’Occidente a quella dell’Oriente. E’ come credere che un cadavere sia vivo perché si agita nella vita immessavi dalla sua decomposizione; il vero è l’opposto: poiché è un cadavere si agita nella morta vita immessavi dagli agenti della decomposizione. Quando tali agenti avranno consumato il corpo, quest’apparenza di vita (che si manifesta anche ma non solo nell’effervescenza tecnologica) sparirà: e ci sarà solo polvere.


In tutto questo discorso, ed è qui la sua contraddizione, Huntington afferma con chiarezza e nettezza, nel libro in cui ha sviluppato quanto in nuce nell’articolo, che l’Oriente che si oppone all’Occidente è quello che ha scelto di deviare dal suo precedente cammino per seguire l’Occidente moderno. Questo precedente cammino era pure quello, mutatis mutandis, dell’Occidente premoderno. E tuttavia, è un seguire aggressivo, è ciò che ho formulato altrove nella mia teoria del “judo storico” che inizia, e non è un caso, in Giappone, con il nuovo corso (come si dice in giapponese) dell’epoca Meiji. L’essenza del movimento del “judo storico” è questo concetto: se vuoi opporti al nemico devi seguirlo, rovesciando la forza contro di lui; in altre parole, quando l’avversario spinge, allora bisogna tirarlo a noi. Perché? Per farlo cadere sotto il peso della sua stessa forza; e ci stanno riuscendo, da quando anche la Cina di Deng Xiaoping l’ha capito, abbandonando le brume sanguinolente della dottrina politica di Mao Zedong, di fatto priva di riscontro positivo nella pratica, per molte ragioni storiche che qui davvero non c’interessano per niente.


Così, Huntington è in errore totale quando afferma che l’Occidente deve chiudersi nell’appartenenza culturale sua, cioè quella moderna, cioè quella che ha provocato l’attuale stato di disordine mondiale sotto il paravento dell’ordine apparente incentrato sugli USA. Quell’appartenenza culturale che l’Asia Orientale ha neutralizzato, e che sta tornando, come la Grande Onda di Hokusai, nei luoghi che la posero in moto due-tre-quattro secoli fa, in successive ondate.


Chiudersi in tale appartenenza vuol dire subire in pieno l’onda di ritorno scatenata in Asia. E’ questo che Huntington non capisce, né lo possono gli attuali “dirigenti”, che dunque stan conducendo l’Occidente alla sua fine. Essi non possono perché dovrebbero negare il cosiddetto “buon senso”, o senso comune, del XX° secolo. “Buon senso” sedicente tale legato al culto idolatrico della democrazia, contro la quale non ha valore l’andare direttamente. Difatti: che senso ha combattere un paravento, oppure far la lotta con un cadavere? “Democrazia: estendere a tutti il privilegio di accedere a cose che non sussistono più” (R. Calasso, cit., p.394).


Il chiudersi nella cultura occidentale moderna non può dunque che acuire la crisi. Oggi l’aspetto culturale è quello secondario di quello principale, che a sua volta è quello della centralità dell’Asia nella contesa mondiale.


Così, i conti tornano.


“Gli imperi nascono e muoiono”, inizia così un classico cinese, la Storia dei Tre Regni. Che l’Occidente moderno termini, non è per niente una cosa negativa in sé; anzi, è come un cadavere che dev’essere bruciato perché i germi che reca in sé son potenzialmente patogeni e venefici . E’ una crisi per chi ha seguito l’ebbrezza nata dalla Rivoluzione Francese (e poi, mutatis mutandis, da quella Russa). “L’ebbrezza di partecipare al movimento in avanti, come se l’onda non fosse del mare ma della propria volontà, fu a lungo considerata una generosa illusione, ma alla fine nauseava le menti lucide (…). A quasi due secoli di distanza [pubblicato nel 1983] da quel grandioso inizio, è un’illusione che merita soltanto il disprezzo – e ancora nutre la buona coscienza dell’intelligencija occidentale (ma è un Occidente che fascia il mondo come un nastro adesivo)” (R. Calasso, op. cit., p. 83). Dopo l’’89 quel che è finito è proprio quest’illusione, diventata insostenibile. E’ un percorso chiuso e terminato: è la fine “dell’ingegneria sociale” (F. Fukuyama) , cioè la fine della spinta iniziata con la Rivoluzione Francese; ed è l’inizio dell’emersione di un tema tutto diverso: la contesa totale per l’ordinamento da dare alla Terra, ormai riempitasi, cioè di cui sono stati raggiunti i limiti. Gli attuali dirigenti non sono preparati a questo cambiamento. L’attuale sistema, insomma, non è in grado di produrre ordine, di un qualche tipo, non è in grado di produrre nessun tipo d’ordine, e sta portando la Terra oltre il punto d’ebollizione.

Il marxismo, pur con tantissimi limiti, è potuto entrato in Cina, ma si è dovuto sinizzare, in due punti, uno teorico ed uno pratico. Il pratico, ben noto, è che, alla centralità dell’operaio nella dottrina e nella pratica marxiste, il maoismo ha sostituito la centralità del contadino. La modificazione teorica sta, invece, nella modifica della concezione della dialettica hegeliana, a sua volta già modificata da Marx: insomma, un’ulteriore modificazione della concezione della dialettica. Leggendo le opere del presidente della Repubblica Popolare Cinese (morto nel 1976), in particolare Sulla Contraddizione, testo del 1937), è forte la chiara impressione che la “dialettica” maoista sia più vicina a quella tradizionale cinese della teoria yin-yang che a quella hegeliana, modificata a sua volta la dialettica hegeliana intendo) da teorici marxisti. In altre parole: è una “scientificizzazione”, una “materializzazione” della teoria yin-yang quella che si nota nell’opera testé citata. E, come si è detto, proprio questa sua “concretizzazione” potrebbe essere utile per chi non avesse né la cultura né le intenzioni di familiarizzare con un tipo di pensiero lontano dalla sua mentalità, consentendo anche a chi non ne ha le possibilità di aver accesso ad un’agilissima fonte di conoscenza e di metodologia efficace.



Va detta una cosa molto importante: “materialismo” in cinese si dice con una carattere che significa “cosa” oppure “oggetto”, è cioè “oggettualismo” in un senso che ben poco ha a che vedere con il concetto occidentale di “materia”, che ha una base epistemologica, ma è molto simile ad una nostra filosofia della “prassi”: è, insomma, corrispettivo del nostro pragmatismo. Questo spiega come il materialismo epistemologico occidentale non abbia mai avuto nessuna vera eco in Cina, mentre quel che potremmo chiamare materialismo “sociale” invece sì. La radice della questione è stata esaminata nel mio scritto Matteo Ricci e la Cina della Dinastia Ming (1992-’93), dove si sottolinea un punto dall’importanza decisiva: è incredibile che si faccia il periplo dell’Eurasia e si ritrovi Platone, il concetto cinese di li e quello greco di èidos essendo similissimi, persino gli stessi problemi filosofici della teoria delle idee che Platone esaminò nel Parmenide, ma ecco la grandissima differenza: in Cina non esiste il concetto di materia. Esiste il qi/ch’i, cioè la forza vitale la quale, come caso particolare, contempla anche il corpo, che però ha senso solo come ricettacolo della vitalità. In tal senso, la separazione corpo/anima ed il problema mente/corpo, che tanto ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro in Occidente, non presenta un grande interesse nella mentalità cinese. Di conseguenza, che la resurrezione sia dell’anima e del corpo non è affatto così inaccettabile nella filosofia cinese così come lo era per la filosofia greca. Pertanto, tutta la lunghissima querelle sullo “gnosticismo” - categoria interpretativa moderna, per il Cristianesimo delle origini la questione era invece: fino a che punto accettare la filosofia greca platonica e neoplatonica? - non ha molto senso (per dire le cose come stanno: non ha nessun senso) nel pensiero cinese.



Non vi è il concetto di “materia” nel pensiero tradizionale cinese, cioè non vi è una sostanza la cui unica qualificazione è la passività, cioè la resistenza, essendo priva d’ogni altra qualificazione. Tale concetto di “materia” è stato decisivo, invece, per la nascita della categoria della “massa”, così importante nella scienza moderna (cfr.: M. Jammer: Storia del concetto di massa, Feltrinelli 1980; fu Keplero il primo che diede un’elaborazione moderna del concetto scientifico moderno di massa). Al contrario, in Cina è decisivo il concetto di qi/ch’i, “vitalità”, “energia vitale”, nient’affatto privo di qualificazioni, ma sempre qualificato. Cosicché, la corrente “realistica” e “para-materialistica” cinese, da me chiamata nel mio libro citato, “materialismo sociale”, più correttamente andrebbe chiamato vitalismo: il vitalismo sociale sino-giapponese.



Così, il “materialismo” cinese è l’essere “oggettivi”, come scriveva Mao Zedong in Sulla contraddizione (Agosto 1937), dove si biasima chi al contrario è “soggettivo”. In esso, si parla della maggior importanza di ciò che è oggettivo, e si segua l’analisi marxista della società, che dà centralità alla “lotta di classe” - la qual cosa soddisfaceva le caratteristiche di Mao sin dalla giovinezza: passione per le cose militari, senso dell’individualità “eroica” e che vince i legami delle forze costrittive “oggettive” (= materiali...) della storia, infine un estremo nazionalismo, caratteristica che rimarrà sempre sua, per cui chi conosce la Cina non si sorprende che l’esito del comunismo cinese sia stato precisamente il tendere a volgere al nazionalismo presente sin dall’inizio, in effetti. Gli Occidentali non hanno mai ben compreso la Cina. Per esempio, vi erano “pochissimi comunisti cinesi di origine umile” (J. Guillermoz: Storia del Partito Comunista cinese 1921/1949, Feltrinelli 1973, p. 280). Mao era figlio di un contadino arricchito, la gran parte era d’origine borghese, Zhu Enlai e Deng Xiaoping venivano dal ceto mandarino, dalla vecchia classe dirigente cinese. Lo scopo del “comunismo” era mantenere l’unità della Cina, prima cosa, e poi lo “sviluppo delle forze produttive”. Questo il patto, per mezzo del quale una parte della vecchia classe dirigente, oltre che talune società segrete (vi è un appello ad una d’esse dello stesso Mao) diede il suo appoggio al “comunismo”. Poi, la “rivoluzione culturale” ruppe il patto, ripristinato da Deng Xiaoping: da un lato fu una sbornia ideologica, imposta da Mao alla Cina contro le sue stesse idee, quindi fu lotta spietata per il potere, dall’altro provocò un’ecatombe: lo scopo dichiarato di sviluppo delle forze produttive, d’industrializzazione insomma, era fallito. Il patto è stato riportato in vita da Deng Xiaoping riprendendo lo scopo: rendere la nazione ricca per riportare la Cina nel novero delle “nazioni che contano”, nel cui numero si era sempre considerata parte, seppur in forma discreta e defilata, non appariscente.

Lo spadroneggiare degli Occidentali nella Cina della fine del XIX secolo e dell’inizio del XX fu considerata dai Cinesi come una cocente umiliazione nazionale, da vendicarsi ad ogni costo. Si voleva ripercorrere, mutatis mutandis, la via giapponese: industria occidentale, ma mantenere la propria coloritura “nazionale”: e difatti il padre di Deng Xiaoping fu simpatizzante dei riformatori mandarini della fine del XIX secolo, che furono sconfitti dagli ultraconservatori, portando in tal modo il Celeste Impero alla fine, e fu membro di una società segreta contraria all’ultima dinastia mancese. La differenza con il Giappone sta in questo: che la “nazione ricca” era solo un mezzo, per i Giapponesi, per fondare un esercito forte, aggressivo ed espansivo. E’ il famoso “pericolo giallo”, che gli Occidentali, a torto, hanno attribuito ai Cinesi, i quali hanno voluto, e stanno ottenendo, di avere una nazione ricca per ridare alla Cina quel posto legittimo che reputano suo di diritto. Non vi è alcun progetto di conquista espansiva, contrario a tutta la mentalità cinese. Piuttosto, è l’enorme massa di popolazione il vero pericolo della situazione attuale cinese, se s’inceppasse la corsa allo sviluppo economico. I Cinesi non conquisteranno proprio nulla, ma si sposteranno nel modo più discreto possibile, ma sono una comunità chiusa: i Cinesi stanno in linea di massima con i Cinesi, salvo eccezioni che confermano la regola. Dove vanno fanno un “piccola Cina”: non sono davvero assimilabili. Si sono sì occidentalizzati, ma certe forme di fondo della loro mentalità “nazionalistica”, per dir meglio “etnocentrica” ed “etnicistica”, non sono modificabili. Se c’è un “pericolo Cina” è solo questo, e non il “pericolo giallo” della conquista violenta, che è una totale chimera.



Secondo il Mao Zedong di Sulla contraddizione, sebbene le cause concrete siano le più importanti, la componente spirituale non può esser tolta, ed ha un ruolo dialettico con quella “materiale”, in cui i due componenti della dialettica s’implicano, anche se quella materiale ha maggiore importanza. Quest’idea dell’implicazione tra le componenti delle opposizioni dialettiche è stata ritrovata nei suoi scritti giovanili, quando lo stesso Mao si definiva “idealista”, cioè delle due componenti della dialettica dava più importanza a quella spirituale. Difatti: “se nel 1918 il pensiero di Mao presentava una componente ‘dialettica’ l’origine non era in Marx, quanto piuttosto nelle correnti eterodosse del pensiero tradizionale cinese” (S. Schramm: Il pensiero politico di Mao Tse-tung [= Mao Zedong], Oscar Mondadori 1974, p. 20, sottolineature mie). Quest’autore riporta una lunga querelle se Mao fu davvero l’autore di Sulla contraddizione e Della prassi, quando invece fu anche l’autore di un “mattone” indegeribile di marxismo pedestre stile “il peggio della pubblicistica sovietica”: molti l’hanno pensato affermando che l’autore del testo agile e raffinato di Sulla contraddizione non poteva essere il greve, pesante autore di pubblicistica sovietica di seconda mano, schematicissima e piatta. Schramm dimostra che però è così. Ed allora è significativo che Mao “dormisse in piedi” riguardo alle basi del marxismo, che in effetti, fuori dalla lotta di classe e dal richiamo al popolo, lo interessava pochissimo; tutta la parte economicistica lo interessava pochissimo e quindi la sua esposizione è piatta: gli bastava l’espressione leniniana che la politica era più importante dell’economia, punto e basta: la collettivizzazione doveva essere l’espressione del dominio del popolo. La debolezza del suo pensiero su tali questioni esplose poi e portò ad una lotta intestina dove Mao si oppose ai suoi critica, fra cui Zhu Enlai e Deng Xiaoping soprattutto, ed ebbe inizio la cosiddetta “rivoluzione culturale”, che fu in realtà una guerra civile tra varie anime del Partito Comunista cinese, tutt’altro che monolitico, vista la congerie d’elementi eterogenei, dal punto di vista umano, che lo formava. Alla fin fine, e non è un caso, chi era collegato indirettamente alla vecchia classe dirigente, ha avuto la meglio. Il ruolo fondamentale del marxismo nel pensiero di Mao, se si va oltre all’aspetto strettamente politico, oggi molto datato, è stato quello di “materializzare” la dottrina yin-yang.



Continua Schramm: “Ho già suggerito (...) che la ‘dialettica’ del giovane Mao fosse più che altro espressione di alcune correnti del pensiero tradizionale cinese. Ma se è vero che Mao Tse-tung deve qualcosa ai concetti di yin e yang, è altrettanto innegabile che la sua idea del metodo dialettico è anche concreta e pragmatista [ma il “materialismo” cinese che è nato dall’influenza occidentale non è altro che il corrispettivo cinese del pragmatismo; nota mia], come infatti possiamo vedere dal curioso paragrafo del saggio Sulla contraddizione dedicato ai tre attacchi di Sung Chiang al villaggio di Chu” (ibid., pp. 70-71). Il passo è tratto da Sul bordo dell’acqua, un romanzo classico cinese al quale Mao fu molto affezionato, assieme soprattutto al Romanzo dei Tre Regni, e – meno – al Viaggio ad Occidente (o Lo Scimmiotto). I primi due sono realistici, il terzo fantastico: Mao, ovviamente, preferiva i primi due. Mi permetto qui di citare il lapidario incipit del Romanzo dei Tre Regni: “Gli imperi nascono. Gli imperi muoiono”. Cita, infine, il grande stratega dell’antica Cina Sun-tzu [Sunzi]: “Conosci te stesso e conosci il nemico, potrai combattere cento battaglie senza pericolo di sconfitta”. Parla molto contro l’unilateralità, diciamo che è soprattutto un saggio di metodologia (si osservi che nella lingua cinese Tao significa sia Via che metodo); purtroppo, Mao “predicava bene ma razzolava male”, come suol dirsi, e nella fase finale della sua carriera fu molto rigido ed unilaterale, rimangiandosi molte sue idee in un comportamento che le negava di fatto. Cita infine Wei Cheng [Wei Zheng], della dinastia T’ang [Tang] (618-907 d.C.): “Ascolta le due parti e vedrai la luce, credi a una sola parte e resterai nelle tenebre”, consiglio quanto mai utile, ma che lo stesso Mao non seguì più dagli anni ’60 del secolo scorso. D’altro canto, se parliamo contro l’unilateralità quasi tutti assentiranno, ma da qui a non essere unilaterali ce ne corre, ed è molto difficile ragionare “dialetticamente” vedendo i due lati d’ogni questione. A questo punto, nella metodologia suggerita da Mao la cosa fondamentale è questa: individuare la contraddizione principale e i due aspetti della contraddizione principale, quello principale e quello secondario. E’ un utile consiglio, ma ci si può sbagliare nell’individuare sia la contraddizione principale che l’aspetto principale e quello secondario della contraddizione in esame: il marxismo è caduto qui. Come tutti i metodi si può potenzialmente usare per usi diversissimi. Potenzialmente, questa visione, infatti, portava oltre il marxismo-leninismo, e Mao ne era ben consapevole. Quindi si rivolse a Lenin, e ne citò un’espressione distintiva: contraddizioni “antagonistiche” e “non antagonistiche”, per definizione – onde non cadere fuori dal marxismo - le seconde si trovano nel socialismo e le prime nel sistema capitalistico. Detto ciò, rimane che un “ruolo molto importante nel pensiero di Mao Zedong è comunque giocato dalla tradizione dialettica cinese. Si pensi al Taoismo ed alla sua visione dialettica dell’Universo in costante trasformazione ed al pensiero legista che (...) reca in sé contemporaneamente una forte componente utopistica e un profondo senso della storia” (Carlotta Sparvoli: Guida alla filosofia cinese, De Vecchi 1996, p. 150). Difatti: “Secondo Mao Zedong la contraddizione è un aspetto imprescindibile di ogni fenomeno ed è l’elemento propulsore della dinamica di trasformazione. Tuttavia, dalla contrapposizione di due elementi antitetici non risulta una sintesi – come volevano la dialettica hegeliana o il pensiero taoista [qui è l’importantissima differenza; nota mia] – bensì il netto prevalere di un elemento sull’altro. La successiva distruzione dell’elemento soccombente avrà a sua volta l’effetto d’aprire la realtà ad una situazione completamente diversa. Ma anche questa nuova realtà porta in sé elementi contraddittori. La storia, infatti, senza contraddizioni si fermerebbe. La trasformazione è universale, quindi non è possibile pensare di stabilire un sistema politico costante nel tempo, che superi tutte le contraddizioni sociali e che non possa esser messo in crisi” (ibid., p. 151, sottolineature mie). Stava già in questa “filosofia del metodo” di Mao Zedong il potenziale superamento del “comunismo” e lui ne era ben consapevole, tentò di fermarlo con la distinzione tra contraddizioni “non antagonistiche” ed “antagonistiche”, ma è una distinzione che non si trova all’interno delle contraddizioni stesse, ma è l’applicazione del postulato assiomatico dell’essere una società “socialista” superiore a quella “capitalistica”. Non vi riuscì e decise di scatenare una lotta intestina, perché comprese che altri dirigenti sarebbero sempre più emersi, ed è questa la vera origine della cosiddetta “rivoluzione culturale”.



Concepire come fece le contraddizioni porta potenzialmente fuori del marxismo: lui non lo voleva ma è così. Rimane il suggerimento metodologico. Quindi, nel nostro caso, qual è l’aspetto principale della contraddizione tra Cina e Marxismo? L’aspetto principale è dato dalle diverse basi culturali, l’aspetto secondario dalle diversità politiche. Se il primo non trova un componimento per mezzo di una mediazione, il secondo sarà impossibile d’affrontare direttamente.



Ora, a parte quest’applicazione “metodologica” che c’entra questa discussione sul saggio Sulla contraddizione? C’entra, perché come si dice in cinese “contraddizione”? Si dice maodun, composto di due caratteri: mao, che significa “lancia” e dun, che significa “scudo”. Il nostro “contraddizione”, che significa che uno afferma una cosa contraria ad un altro, si dice in cinese “lancia e scudo”, che è un’immagine ben più efficace – ed ecco il genio cinese, che sa dare l’immagine concreta delle cose, schizzandola in brevi flashes, a differenza delle nostre lingue occidentali che son piuttosto discorsive, svolgono nel tempo l’immagine, mentre la lingua cinese sunteggia l’immagine in una quadro sintetico ed efficace. Ecco, la contraddizione è due guerrieri che combattono: uno attacca con la lancia e l’altro si difende con lo scudo. A questo punto il saggio di Mao diventa lampante, e un termine del genere stimolasse un cultore di cose militari, come strategia beninteso e non come bellicosità, qual egli fu. Questo ci fa riflettere con attenzione sulla profonda differenza terminologica tra le nostre lingue, che spesso la traduzione letteralistica non fa che velare dando dei falsi legami, che non esistono nel termine cinese o nel termine occidentale. Difatti, la “contraddizione” hegeliano-marxista è qualitativamente ben diversa dalla “lancia e scudo” cinese, al di là del fatto che Mao, influenzato da Marx, rifiuti la “sintesi” hegeliana o taoistica, e si attenga alla lotta concreta dei due termini reciprocamente necessitantisi della contraddizione stessa. E’ proprio il modo di concepire la contraddizione che risulta differente.



Tutto ciò è molto utile dal punto di vista metodologico, ed ecco l’agilità della “concretizzazione” della dialettica yin-yang che operò Mao Zedong. Difatti, tutta la crisi che è nata dall’inizio degli anni ’80 del secolo scorso, e che non è ancora terminata, sta in questo: incapacità quasi congenita da parte dei movimenti antagonisti nell’individuare il mutamento della contraddizione all’interno del sistema capitalistico, chiudendosi così in una battaglia di retroguardia. Ma non è tutto: individuata la contraddizione principale, occorrerebbe individuare l’aspetto principale della contraddizione stessa e quello secondario. Quindi, concentrarsi sull’aspetto principale, ma senza dimenticarsi di guardare alle cose sempre da tutt’e due le angolazioni, chi è unilaterale si preclude l’analisi vera. Dall’analisi sbagliata – come abbiamo imparato sulla nostra pelle a partire dagli anni ’80 - possono derivare le più terribili ed esiziali conseguenze.

Decemberwolf
29/09/2003

postato da december 20:59 | commenti (7)