Decemberwolf

venerdì, maggio 27, 2005


OLIGARCHIA CINESE
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1.

Siamo guidati da oligarchie, in tutto il mondo. Il mondo è guidato da oligarchie che sono “oligopoli”, “plutocrazie”, cioè governo di chi ha enormi ricchezze. Questo è molto evidente in paesi con gli Usa o l’Italia. In più, il “patriziato” statunitense ha il dominio dell’intero globo. Tale dominio del patriziato statunitense attraversa una fase critica, proprio per il suo continuo “proiettarsi” nel mondo.


Ora, il “patriziato” cinese ha una base particolare, sia economica che ideologica. Si fonda su di un patto tra le due metà, che non coincidono pienamente, com’è il caso degli Stati Uniti d’America. Esso, patriziato cinese, è stato abile nel trasformarsi da una classe dirigente sorta con una rivoluzione dal basso in un’oligarchia, in un patriziato. Sono divenuti “mandarini rossi” (rosa), anche grazie alla presenza fra di loro di una parte del vecchio ceto dirigente cinese, che aveva pensato che l’Impero era non-riformabile (che cioè la “via giapponese Meiji” non si poteva applicare in Cina), si doveva quindi mettere dei propri rampolli fra i rivoluzionari, per poi andare - mutatis mutandis - verso forme di regime “misto” fra la vecchia tradizione dell’esercizio del potere e quella occidentalizzata.

Cos’è che ha consentito alla classe dirigente della Cina di operare questa modificazione genetica, i cui cromosomi erano però contenuti all’interno del gruppo di rivoluzionari?

LA DOTTRINA DELLA CONTRADDIZIONE (come formulata da Mao Zedong, dunque, come spiegato nello scritto qui sotto, una “commistione” fra dialettica marxista, cioè hegeliana, e la dottrina yin-yang).

Perché? Perché consente ciò che nessun governo marxista mai ha potuto fare: poter modificare la contraddizione centrale emergente sul momento.

Si è così passati dalla contraddizione della fase rivoluzionaria alla nuova contraddizione, espressa da Deng Xiaoping come quella fra i bisogni emergenti e le forze produttive scarse della Cina. La Cina doveva, e così ha fatto, sviluppare le sue forze produttive, cosa che poteva fare solo e soltanto se si fosse aperta agli investimenti stranieri.

Ma il dominio dell’oligarchia di Partito non è mai stato messo in discussione, anzi tale apertura era rivolta al suo rafforzamento.

Ora, la contraddizione è quella derivante dalle conseguenze di tale successo, inflazione galoppante ivi compresa. La questione che si pone allora è: l’attuale oligarchia è attrezzata per far fronte a tale contraddizione, al futuro certo rompersi del patto fra essa e la classe imprenditoriale, la borghesia emersa?

Questo è il punto decisivo.

L’attuale oligarchia potrebbe essere tentata di risolvere la contraddizione che si va accumulando nel nazionalismo (leggi: questione di Taiwan, mentre a Taiwan è la borghesia produttiva la classe dominate, e dunque non c’è contraddizione).

 

 

2.

Senza dubbio, l’oligarchia cinese è notevolmente più intelligente di quella italiana, che è stata capace di portare il paese in una situazione di sostanziale stallo, ed è inoltre molto meno avida di quella statunitense, che è paga solo del dominio globale.

Ha capacità di previsione e programmazione, cioè di proiettarsi con un certo anticipo nel corso del tempo, capacità che sono rare a trovarsi nel mondo. Tuttavia, e tuttavia l’enormità del problema e delle spinte che ha di fronte fa temere molto più di quanto si creda, cosa della quale i tecnocrati al potere (senza più nessun “grande vecchio”) si rendono ben conto e stanno cercando di raffreddare la crescita per i problemi d’inflazione che provoca.

Come Mao Zedong consigliava: “Limitatevi a stare a galla”, alludendo al fatto che le decisioni debbono esser prese con grande prudenza. E tutta la prudenza e sagacia cinesi sono state messe all’opera, con poche decisive decisioni piuttosto che agitandosi starnazzando come italiani dementi.

Nondimeno, i pericoli si vanno addensando.

Rimane un tema di fondo: la Cina ha ottenuto il suo brillante successo perché cinese o perché “comunista”?

PERCHE’ CINESE ha ottenuto il successo, e non perché comunista. Bene o male, ogni popolo segue la via che la storia gli ha forgiato, che gli piaccia o non. E mentre gli Italiani continuano ad essere quel popolino di autolesionisti senza un briciolo di rispetto di se stessi che la storia ha forgiato - i pulcinella d’Europa -, i Cinesi sono gli eredi di una nazione che è un Impero centralizzato dal 221 a.C. E questo pure significherà qualcosa. Per quanto, dunque, i “rivoluzionari” si dicessero tali, non hanno potuto fare a meno di coagulare attorno a sé gli eredi di quella parte “riformistica” del Mandarinato “fatta fuori” dalla vittoria iper-conservatrice, “reazionaria”, della fine dell’Impero Cinese e che ne aveva segnato la definitiva capitolazione verso gli “stranieri”. Di quest’orientamento “riformista”, proveniente dal Mandarinato e passato ai comunisti, due individui ne sono stati gli esponenti fondamentali: Zhou Enlai e Deng Xiaoping. Dobbiamo dire che è un “caso” che questi siano stati i fautori delle “riforme”? Non credo...

Una nota a margine. La sconfitta da parte europea dell’Impero è stata per i Cinesi un’umiliazione cocente. Difficile che uno straniero possa comprenderne il significato. Basta vedersi i film o le serie televisive cinesi che trattano della fine del XIX secolo e dell’inizio del XX: gli Europei (i “nasi lunghi”) sono “rapaci e crudeli barbari”. Per i Cinesi, che secondo gli Europei sono “crudeli”, nel senso che piace osservare l’altrui sofferenza (questo è la crudeltà), sono gli Occidentali ad essersi macchiati di cose abominevoli. Non si salva nessun europeo, salvo qualcuno che è un po’ meno cattivo. Sono drammoni popolari a forte tinte, con due soli colori: bianco e nero, e agli occidentali va il nero.

Riescono a comprendere gli Occidentali che la Cina era una grande potenza economica e militare nei secoli XVI-XVIII? Riescono ad immaginarselo? Per gli Europei è la “crescita” della Cina, per i Cinesi non è altro che cercare di tornare allo status di Grande Potenza regionale che la Cina ha sempre avuto e voluto per sé. Se non comprendiamo la profonda differenza di sguardo, allora non capiremo assolutamente niente.

Ora, tornando a noi, la parte del Mandarinato che voleva la “via giapponese” - una modernizzazione che mantenesse la figura imperiale, che però non poteva più essere autocratica ma doveva divenire necessariamente costituzionale (*) - e che fu sconfitta, ragionò così: se, per ridare alla Cina la sua grandezza ed il posto che E’ PER NATURA SUO (articolo di fede cinese), dobbiamo andare avanti in una rivoluzione, così sia. Se dobbiamo allearci con i rivoluzionari, così sia. Così ragionarono Zhou Enlai ed il padre di Deng Xiaoping.

Ma il comunismo non era un bruscolino: un tale scopo non avviene a “costo zero” e il comunismo comportò gravi conseguenze. Le rivoluzioni sono un azzardo, ma se da un lato hai l’azzardo e dall’altro hai il declino inevitabile, un grande popolo, per mezzo di una classe dirigente reale, non i sotto-dirigenti d’Italia, non i pulcinella che dovrebbero fare teatro e non darsi alla politica, un grande popolo cammina per la strada che gli offra per lo meno una chance, anche se difficile. Il popolo italiano, invece, si limita a lamentarsi dalla mattina alla sera ed a piagnucolare, ma è incapace di qualsiasi azione concorde decisiva. Il singolo italiano può essere una “gran brava persona” e il singolo cinese un gran “figlio di buona donna”, ma rimane che - come popolo - il popolo cinese è un popolo al quale puoi tirare la corda, ma non senza fine, mentre al popolo italiano puoi tirare la corda senza che si veda mai un limite.

Tornando a noi, se il comunismo aveva “imballato” la Cina e se Mao Zedong era venuto meno ad uno dei tre punti in base ai quali ragionano i dirigenti cinesi - unità nazionale, sviluppo economico per render forte la Cina, stabilità all’interno -, quello della stabilità, e questo per seguire il suo sogno ideologico, occorreva vedere se se ne potesse venir fuori senza distruggere tutto. Difatti, se si fosse distrutto tutto, anche quel po’ di buono che il comunismo aveva portato sul piano della tenuta dell’unità nazionale, per la Cina non ci sarebbe stato altro destino se non quello di precipitare definitivamente nel Terzo Mondo (nel novero del quale molti l’hanno posta - sbagliando gravemente - e tuttora taluni vogliono porla, di conseguenza si meravigliano del “successo” cinese).

Ed allora: ecco qui la centralità della teoria della contraddizione, che - fatto unico nel marxismo - permette il cambiamento all’interno fino ad un certo punto. Il punto che si è evidenziato nello scritto qui postato dell’ottobre 2003.

Le questioni vere che si pongono sono precisamente le seguenti: qual è, precisamente, quel punto? Lo si raggiungerà? In tal caso, in quanto tempo?

(*) Fu proprio l’ossessivo rifiuto di qualsiasi anche parziale condivisione delle decisioni essenziali a chiudere l’Impero Cinese in un vicolo senza vie d’uscita, precludendogli la via giapponese di una monarchia costituzionale.

 

3.

In effetti, la Cina è dominata da un’oligarchia di partito, da “mandarini rossi”, molto abili, che sono sì definitivamente usciti dall’esperienza “comunismo”, ma non nel senso che gli Occidentali reputavano possibile, del tipo dell’ex-URSS per intenderci, in armonia con il partito preso del “democratismo universalistico” imperante. Invece, i dirigenti cinesi sono stati capaci - grazie alla teoria della contraddizione che immette flessibilità nel rigido marxismo - ne sono venuti fuori nel senso di uno stato centralizzato, insieme sviluppista ed estremamente nazionalistico. Tra l’altro, con la ripetizione - cambiate moltissime cose, però - di certi fenomeni, caratteristici della dinastia Ming (1368-1644). Tale dinastia, l’ultima “nazionale” cinese, ed ecco il nazionalismo, fu caratterizzata da un boom commerciale enorme: non dimentichiamo che la Cina, dai secoli XIV al XVIII, era una grande Potenza economica e politica.

Lo scopo del “comunismo” cinese è stato, sin dall’inizio, e soprattutto dell’ala di Zhou Enlai e Deng Xiaoping, quello di porre di nuovo la Cina tra “le nazioni che contano”. Scopo raggiunto.

Per Mao Zedong, invece, si può parlare di tre fasi: la prima fortemente nazionalistica, la seconda comunista, la terza comunista moderata, con “germi” di nazionalismo.

Ora, anche nella Dinastia Ming si parlò di “germi di capitalismo”. Tale Dinastia, caratterizzata dal colore simbolico Rosso così come la seguente (Qing, Manciù) dal Giallo, iniziò lo sviluppo delle forze produttive in mezzo al popolo. Notiamo che il Rosso è il colore della Cina di oggi, e la stella a cinque punte allude ai Cinque Elementi. Ed anche cinque sono le stella della Bandiera cinese attuale, delle quali una è la più grande, le altre orientandosi verso di essa (la più grande, intendo).

Ma non riuscì a dominare tale sviluppo. Ed è questo il punto debole dell’attuale patto fra l’oligarchia dominate e la borghesia rampante delle città, patto che regge la Cina.

Il tutto si collega con le tensioni fra regioni ricche e povere, tensioni che non possono esplodere a causa del forte controllo interno dell'attuale governo cinese, governo che ha una cultura politica insieme flessibile e fortemente sensibile al potere, al suo esercizio, al potere come controllo.

Tali tensioni interne, unite ad un’espansione economica che comincia a denotare un eccesso inflattivo, dunque una crisi incipiente, potrebbe spingere la Cina verso la sua classica valvola di sfogo: il nazionalismo.

 

Decemberwolf


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